
lunedì 27 aprile 2009
giovedì 23 aprile 2009
Resistenze
Ieri ho visto il film sul Che. Al di là della figura personale del leader, mito assoluto, ho riflettuto ieri su quanti, in quegli anni a Cuba, e qualche anno prima anche in Italia, in Francia e in tanti paesi d'Europa, hanno seguito la lotta armata sulle montagne e si sono impegnati in prima persona nel combattimento contro i reazionari di tutto il mondo.
Potrei argomentare, troppo semplicemente, sulla superiorità morale del loro gesto, ma la cosa che più di tutte mi ha sconvolto è l'assoluta grandezza della scelta personale, la micro scelta di ciascuno, la motivazione e il coraggio che è stato necessario per affrontare la scelta stessa.
Sarebbe stato facile, per quelle persone, come lo fu per i fascisti in Italia, stare dalla parte della legge. Quanti di noi hanno difficoltà a far valere i propri diritti di fronte al poliziotto che ci maltratta per le cinture slacciate? Quanto coraggio ci vuole per leggere un'intera realtà nazionale, cogliere l'ingiustizia che regna nelle fila del potere, solidarizzare con i propri simili, e abbracciare la lotta armata. Quanto coraggio ci vuole per mollare tutto, la famiglia, gli affetti, e salire sulle montagne, sapendo anche che, di solito, la carogna fascista si diverte nella rappresaglia?
Il fascismo in Italia, come altrove il Nazismo e altre forme di dittatura, rappresentavano l'ordine normale delle cose, il brodo in cui le persone erano cresciute. L'antifascismo no! Era una scelta prima di tutto morale, talmente forte da farsi azione e resistenza.
Io non so se ne sarei stato capace. Ringrazio chi, cinquant'anni fa, questa scelta la fece!
Potrei argomentare, troppo semplicemente, sulla superiorità morale del loro gesto, ma la cosa che più di tutte mi ha sconvolto è l'assoluta grandezza della scelta personale, la micro scelta di ciascuno, la motivazione e il coraggio che è stato necessario per affrontare la scelta stessa.
Sarebbe stato facile, per quelle persone, come lo fu per i fascisti in Italia, stare dalla parte della legge. Quanti di noi hanno difficoltà a far valere i propri diritti di fronte al poliziotto che ci maltratta per le cinture slacciate? Quanto coraggio ci vuole per leggere un'intera realtà nazionale, cogliere l'ingiustizia che regna nelle fila del potere, solidarizzare con i propri simili, e abbracciare la lotta armata. Quanto coraggio ci vuole per mollare tutto, la famiglia, gli affetti, e salire sulle montagne, sapendo anche che, di solito, la carogna fascista si diverte nella rappresaglia?
Il fascismo in Italia, come altrove il Nazismo e altre forme di dittatura, rappresentavano l'ordine normale delle cose, il brodo in cui le persone erano cresciute. L'antifascismo no! Era una scelta prima di tutto morale, talmente forte da farsi azione e resistenza.
Io non so se ne sarei stato capace. Ringrazio chi, cinquant'anni fa, questa scelta la fece!
venerdì 17 aprile 2009
Raccontano
Raccontano che una grande onda di piena si abbattè su due citta dirimpettaie al di là e al di qua di uno stretto solcato da antichi navigli, piccole botticelle di pescatori e traghetti di pendolari stanchi. Raccontano che non rimase nulla di una delle due e che nell'altra si diffuse il terrore e la morte per le strade inondate di acqua e di fango.
Raccontano che dal fianco della collina scese un giorno una lunga lingua di fango che sommerse le macchine, le case e le persone. Dicono che la collina, coperta di cenere nera, cedette al peso dell'acqua e che non ci fu nessuna radice, nessun tronco, ma solo erbacce a frenare la frana.
La stessa memoria hanno gli abitanti di un'altra regione, più a nord, al confine col paese delle banche. Lì il fiume si ingrossò a tal punto da travolgere i villaggi e da portare la morte in tutte le case, in tutte le famiglie. Raccontano che un Ministro degli Interni abruzzese, che tutti chiamavano Zio, ricostruì tutto in poco tempo. Lo stesso ministro, qualche anno dopo, venne accusato di usare impunemente gli elicotteri dei pompieri.
E anche qualche miglio a sud ovest raccontano di un fiume che un giorno uscì fuori dai suoi margini, e mangiò le terre del vino e delle macchine.
Raccontano che in una valle ricavata da un vecchio lago prosciugato, una conca magnifica incorniciata dalle colline, un giorno la terrà tremò, sussultò, si arrabbiò a tal punto da cancellare tutto, ma proprio tutto. Per giorni non si ebbe notizia di nulla, per giorni le persone morirono, a migliaia, sotto il peso delle pietre con le quali erano costruite le case. Il dolore e il pianto si diffuse per tutta la nazione quando un giornale illustrato disegnò la tragedia sulle sue copertine, quando i poeti, e i filosofi, fecero sentire fortissimo il grido mesto di quelle popolazioni abituate al lutto e al fato. Interi villaggi si spostarono a valle e occuparono i campi germogliati sulla sabbia del lago antico, vetuste memorie vennero abrase dalla lontananza e un esercito di piccole casupole senza storia sorsero dove prima non c'era nient'altro che il lavoro.
Così pure qualche chilometro più a sud, in mezzo a montagne gloriose che nessuno era riuscito mai a domare, un giorno la terrà si aprì e tremò. In quell'inverno gelido migliaia di persone piansero i loro morti sotto le tende dei primi soccorsi: ritardatari, colpevoli e lenti. Dicono che a distanza di tempo si vedano ancora i buchi dei picchetti delle tende, e che ancora le persone tendano l'orecchio al vento, dal chiuso delle loro capanne di legno marcio o di ferro arrugginito. Raccontano che il tremore si sentì fin nella grande città affacciata sulla baia, sotto il vulcano. Ancora oggi è possibile vedere le travi che allontanano i palazzi l'uno dall'altro e che gli impediscono di abboccarsi a vicenda, ancora oggi quelle travi sono il rifugio di briganti terribili, facce da galera cresciute all'ombra dei soldi della ricostruzione che non conosce memoria.
Raccontano che lontanissimo da lì, a centinaia di chilometri di distanza, tra vallate verdi e montagne bucate, lo stesso sisma finì all'improvviso e le persone tornarono di corsa a costruire, ad abitare e ad amarsi. Nessuno si ricorda cosa sia successo, perchè a passeggiare per quelle strade torte non è possibile che la memoria trovi appiglio.
Qualche tempo fa pare che la stessa cosa sia successa ancora e che non si sappia proprio quando tutto questo finirà. Pare che i pensieri non abbiamo ancora avuto tempo di posarsi, così come la polvere e le lacrime delle persone. Dicono tutti che tocca solo aspettare, che prima o poi succede e quel che rimane da fare è procurarsi una pala per scavare le fosse dei morti. Si sa che son crollati gli edifici che non dovevano cadere, sommergendo le vite di uomini e donne giovani, vita e speranza delle proprie terre, futuro limpido della propria gente. Si sa che il luogo dove curavano i malati si è accasciato su se stesso, uccidendo due volte il dolore dei feriti. Narrano i vecchi, che son rimasti tutti vivi per l'incantesimo che vuole i memori più longevi degli immemori, che non avevano ricordo di tutte quelle ombre incappucciate, allineate in lunghe processioni di passione, ombre che son passate sulle case in trenta secondi, o poco più, portandosi via tutti i nipoti e le nipoti.
Raccontano tutti, ma proprio tutti, di lunghe file di bare, alcune bianche altre nere, stese su prati verdi, sotto il sole o la pioggia. Raccontano di quanto tempo passò prima che la memoria smettesse di fare male. Raccontano tutti, ma proprio tutti, di macchine scure che si fermarono con il motore acceso sulla porta delle chiese, vomitando uomini scuri anch'essi che si affrettarono a rimettere in moto la fabbrica delle chiacchiere, del "non si poteva fare diversamente", del "Dio protegga questa terra". Raccontano tutti, ma proprio tutti, che sapevano prima del tempo che il fato si sarebbe prima o poi abbattutto, ma che nessuno, proprio nessuno, abbia fatto nulla perchè il fato si fermasse.
Raccontano che dal fianco della collina scese un giorno una lunga lingua di fango che sommerse le macchine, le case e le persone. Dicono che la collina, coperta di cenere nera, cedette al peso dell'acqua e che non ci fu nessuna radice, nessun tronco, ma solo erbacce a frenare la frana.
La stessa memoria hanno gli abitanti di un'altra regione, più a nord, al confine col paese delle banche. Lì il fiume si ingrossò a tal punto da travolgere i villaggi e da portare la morte in tutte le case, in tutte le famiglie. Raccontano che un Ministro degli Interni abruzzese, che tutti chiamavano Zio, ricostruì tutto in poco tempo. Lo stesso ministro, qualche anno dopo, venne accusato di usare impunemente gli elicotteri dei pompieri.
E anche qualche miglio a sud ovest raccontano di un fiume che un giorno uscì fuori dai suoi margini, e mangiò le terre del vino e delle macchine.
Raccontano che in una valle ricavata da un vecchio lago prosciugato, una conca magnifica incorniciata dalle colline, un giorno la terrà tremò, sussultò, si arrabbiò a tal punto da cancellare tutto, ma proprio tutto. Per giorni non si ebbe notizia di nulla, per giorni le persone morirono, a migliaia, sotto il peso delle pietre con le quali erano costruite le case. Il dolore e il pianto si diffuse per tutta la nazione quando un giornale illustrato disegnò la tragedia sulle sue copertine, quando i poeti, e i filosofi, fecero sentire fortissimo il grido mesto di quelle popolazioni abituate al lutto e al fato. Interi villaggi si spostarono a valle e occuparono i campi germogliati sulla sabbia del lago antico, vetuste memorie vennero abrase dalla lontananza e un esercito di piccole casupole senza storia sorsero dove prima non c'era nient'altro che il lavoro.
Così pure qualche chilometro più a sud, in mezzo a montagne gloriose che nessuno era riuscito mai a domare, un giorno la terrà si aprì e tremò. In quell'inverno gelido migliaia di persone piansero i loro morti sotto le tende dei primi soccorsi: ritardatari, colpevoli e lenti. Dicono che a distanza di tempo si vedano ancora i buchi dei picchetti delle tende, e che ancora le persone tendano l'orecchio al vento, dal chiuso delle loro capanne di legno marcio o di ferro arrugginito. Raccontano che il tremore si sentì fin nella grande città affacciata sulla baia, sotto il vulcano. Ancora oggi è possibile vedere le travi che allontanano i palazzi l'uno dall'altro e che gli impediscono di abboccarsi a vicenda, ancora oggi quelle travi sono il rifugio di briganti terribili, facce da galera cresciute all'ombra dei soldi della ricostruzione che non conosce memoria.
Raccontano che lontanissimo da lì, a centinaia di chilometri di distanza, tra vallate verdi e montagne bucate, lo stesso sisma finì all'improvviso e le persone tornarono di corsa a costruire, ad abitare e ad amarsi. Nessuno si ricorda cosa sia successo, perchè a passeggiare per quelle strade torte non è possibile che la memoria trovi appiglio.
Qualche tempo fa pare che la stessa cosa sia successa ancora e che non si sappia proprio quando tutto questo finirà. Pare che i pensieri non abbiamo ancora avuto tempo di posarsi, così come la polvere e le lacrime delle persone. Dicono tutti che tocca solo aspettare, che prima o poi succede e quel che rimane da fare è procurarsi una pala per scavare le fosse dei morti. Si sa che son crollati gli edifici che non dovevano cadere, sommergendo le vite di uomini e donne giovani, vita e speranza delle proprie terre, futuro limpido della propria gente. Si sa che il luogo dove curavano i malati si è accasciato su se stesso, uccidendo due volte il dolore dei feriti. Narrano i vecchi, che son rimasti tutti vivi per l'incantesimo che vuole i memori più longevi degli immemori, che non avevano ricordo di tutte quelle ombre incappucciate, allineate in lunghe processioni di passione, ombre che son passate sulle case in trenta secondi, o poco più, portandosi via tutti i nipoti e le nipoti.
Raccontano tutti, ma proprio tutti, di lunghe file di bare, alcune bianche altre nere, stese su prati verdi, sotto il sole o la pioggia. Raccontano di quanto tempo passò prima che la memoria smettesse di fare male. Raccontano tutti, ma proprio tutti, di macchine scure che si fermarono con il motore acceso sulla porta delle chiese, vomitando uomini scuri anch'essi che si affrettarono a rimettere in moto la fabbrica delle chiacchiere, del "non si poteva fare diversamente", del "Dio protegga questa terra". Raccontano tutti, ma proprio tutti, che sapevano prima del tempo che il fato si sarebbe prima o poi abbattutto, ma che nessuno, proprio nessuno, abbia fatto nulla perchè il fato si fermasse.
giovedì 9 aprile 2009
Eroi
Adesso diranno al mondo che siamo una popolazione eroica. Faranno un'equazione sciocca tra il ricordo pietoso dei morti, di quelli che se ne sono andati, e il dolore dei vivi. Diranno che i popoli dell'Abruzzo sono "dignitosi", "resistenti", "operosi", temprati, come le piante d'altura, dal gelo, dal freddo e dai terremoti, dalla storia. Verranno a dirci che non ci siamo piegati al dolore, alla perdita dei cari, delle case, dei beni materiali, diranno che ci rimane il senso della realtà, del fare.
Adesso ci incenseremo al vento degli altipiani, che di questi tempi sono ancora coperti di neve, faremo in modo che il vento non porti via il nostro odore alle narici dei lupi, e ci nasconderemo come al solito, questa volta sciacallando i morti che sono stati, gli uomini, le donne, i ragazzi, che se ne sono andati.
Eppure io penso che sia il momento di darsi collettivamente la colpa. La colpa della distruzione, della rovina e delle bare. Ci dicono: un terremoto non è prevedibile. Falso, falsissimo. Non è prevedibile dove e quando colpirà, ma in mezzo a quelle montagne un terremoto è una certezza matematica, prima o poi colpisce. E noi, dopo Avezzano nel 1915, abbiamo perso un secolo in chiacchiere, senza muovere un dito per fare in modo che la tragedia non si ripetesse. Siamo una nazione, e in una nazione sono responsabili tutti: i politici che non han fatto le leggi, i progettisti che non le hanno applicate, le ditte che hanno risparmiato sui materiali, i cittadini che hanno vigilato, non hanno ristrutturato, hanno comperato senza informarsi.
Siamo colpevoli tutti, e ciascuno con la propria singola, specifica, responsabilità. Niente di generico. Niente che nel tutti cancelli la responsabilità dei singoli.
Dobbiamo dirci spietatamente la verità, e cioè che la nostra festa nazionale continua ad essere domani, il Venerdì Santo, il giorno in cui tutti ci chineremo a baciare il costato di Gesù crocifisso, il giorno in cui rinnoveremo la nostra fedeltà alla Croce. Per noi popolazioni del Sud è l'atto di sottomissione alla fatalità dell'esistenza, una fatalità che non riusciamo mai a portare fino alla resurrezione, mai. Vale su tutto il pendolare autistico dei questanti in processione dietro il Cristo Morto, non Vale, invece, il coraggio che sconfigge la morte del Signore Risorto.
Fino a quando ci diremo che quell'adorazione non basta, che la Croce si porta, ma che si porta in un dove positivo, in un altrove migliore, in un futuro più luminoso? Che non siamo condannati al dolore, alla fatalità dell'esistenza? Per una volta ancora vale lo stupore di Flaiano di fronte alla catastrofe di Avezzano, il rimanere attoniti di fronte ad una popolazione che se lo aspettava, che non aveva fatto nulla affinché non accadesse e che si rassegnava ancora una volta, ancora una volta piegando la testa.
Adesso non è il momento per autocelebrarsi, ma è arrivata l'ora di attribuirsi, ciascuno per sè, la responsabilità di quanto è accaduto. Con la speranza che questa accettazione della Croce, ci porti a farla scomparire.
Adesso ci incenseremo al vento degli altipiani, che di questi tempi sono ancora coperti di neve, faremo in modo che il vento non porti via il nostro odore alle narici dei lupi, e ci nasconderemo come al solito, questa volta sciacallando i morti che sono stati, gli uomini, le donne, i ragazzi, che se ne sono andati.
Eppure io penso che sia il momento di darsi collettivamente la colpa. La colpa della distruzione, della rovina e delle bare. Ci dicono: un terremoto non è prevedibile. Falso, falsissimo. Non è prevedibile dove e quando colpirà, ma in mezzo a quelle montagne un terremoto è una certezza matematica, prima o poi colpisce. E noi, dopo Avezzano nel 1915, abbiamo perso un secolo in chiacchiere, senza muovere un dito per fare in modo che la tragedia non si ripetesse. Siamo una nazione, e in una nazione sono responsabili tutti: i politici che non han fatto le leggi, i progettisti che non le hanno applicate, le ditte che hanno risparmiato sui materiali, i cittadini che hanno vigilato, non hanno ristrutturato, hanno comperato senza informarsi.
Siamo colpevoli tutti, e ciascuno con la propria singola, specifica, responsabilità. Niente di generico. Niente che nel tutti cancelli la responsabilità dei singoli.
Dobbiamo dirci spietatamente la verità, e cioè che la nostra festa nazionale continua ad essere domani, il Venerdì Santo, il giorno in cui tutti ci chineremo a baciare il costato di Gesù crocifisso, il giorno in cui rinnoveremo la nostra fedeltà alla Croce. Per noi popolazioni del Sud è l'atto di sottomissione alla fatalità dell'esistenza, una fatalità che non riusciamo mai a portare fino alla resurrezione, mai. Vale su tutto il pendolare autistico dei questanti in processione dietro il Cristo Morto, non Vale, invece, il coraggio che sconfigge la morte del Signore Risorto.
Fino a quando ci diremo che quell'adorazione non basta, che la Croce si porta, ma che si porta in un dove positivo, in un altrove migliore, in un futuro più luminoso? Che non siamo condannati al dolore, alla fatalità dell'esistenza? Per una volta ancora vale lo stupore di Flaiano di fronte alla catastrofe di Avezzano, il rimanere attoniti di fronte ad una popolazione che se lo aspettava, che non aveva fatto nulla affinché non accadesse e che si rassegnava ancora una volta, ancora una volta piegando la testa.
Adesso non è il momento per autocelebrarsi, ma è arrivata l'ora di attribuirsi, ciascuno per sè, la responsabilità di quanto è accaduto. Con la speranza che questa accettazione della Croce, ci porti a farla scomparire.
mercoledì 8 aprile 2009
lunedì 9 marzo 2009
La pressione antropica
L'essere umano è l'unico animale sulla terra che abbia davvero sconfitto la morte. In qualche modo ha fatto sì che il numero di individui presenti sul territorio superasse di gran lunga la portata delle risorse sufficienti alla loro sussistenza. Nei secoli ha stabilito strategie di protezione dagli agenti naturali tali da aumentare le proprie capacità di sopravvivenza, consapevole del fatto che il numero di soggetti appartenenti al proprio gruppo umano fosse proporzionale alla quantità di risorse accumulabili, consapevole del fatto che tali risore fossero aumentabili a piacimento (tramite l'agricoltura e l'affinamento delle tecniche di caccia prima, tramite l'industria e la scienza poi).
La conseguenza di questo fatto è evidente. Mentre ogni essere vivente si misura ogni giorno con la scarsezza di risorse e vede calmierato il numero degli appartenenti al proprio gruppo proprio da questo fattore, l'essere umano concepisce il gruppo a sè opposto come limite del proprio sviluppo. Fin tanto che risulta possibile aumentare le proprie risorse tramite il lavoro i membri del gruppo sono chiamati a moltiplicare gli sforzi per accrescerle. Nel momento in cui questo non è più possibile l'uomo stabilisce strategie aggressive contro i membri dei gruppi direttamente concorrenti.
Ma questo smaterializza due volte il valore del soggetto. Nel gruppo il suo valore è dato dalla quantità di lavoro, dalla capacità di reperire risorse, dal grado di accordo rispetto agli obiettivi del gruppo stesso. Nella guerra il suo valore diventa nullo, perchè la sua vita è sacrificabile rispetto ai benefici della vittoria. E' per questo che il deviante e il disertore sono i più bistrattati di qualunque società, è per questo che chi si riappropria del valore del proprio corpo non ha diritto di cittadinanza in nessun gruppo umano.
Stamattina guardavo un reportage degli anni '90 sulla guerra in Ruanda appena terminata. In una prigione/recinto capace di contenere 400 persone erano stipate, all'epoca, almeno 7000 persone, con un sovraffollamento da carnaio. Quelle immagini di una guerra dimenticata sono l'evidente dimostrazione del valore di ciascun soggetto. La sola domanda che rimane da porsi è, a questo punto, quanto ciascuno di noi è responsabile della propria schiavitù.
La conseguenza di questo fatto è evidente. Mentre ogni essere vivente si misura ogni giorno con la scarsezza di risorse e vede calmierato il numero degli appartenenti al proprio gruppo proprio da questo fattore, l'essere umano concepisce il gruppo a sè opposto come limite del proprio sviluppo. Fin tanto che risulta possibile aumentare le proprie risorse tramite il lavoro i membri del gruppo sono chiamati a moltiplicare gli sforzi per accrescerle. Nel momento in cui questo non è più possibile l'uomo stabilisce strategie aggressive contro i membri dei gruppi direttamente concorrenti.
Ma questo smaterializza due volte il valore del soggetto. Nel gruppo il suo valore è dato dalla quantità di lavoro, dalla capacità di reperire risorse, dal grado di accordo rispetto agli obiettivi del gruppo stesso. Nella guerra il suo valore diventa nullo, perchè la sua vita è sacrificabile rispetto ai benefici della vittoria. E' per questo che il deviante e il disertore sono i più bistrattati di qualunque società, è per questo che chi si riappropria del valore del proprio corpo non ha diritto di cittadinanza in nessun gruppo umano.
Stamattina guardavo un reportage degli anni '90 sulla guerra in Ruanda appena terminata. In una prigione/recinto capace di contenere 400 persone erano stipate, all'epoca, almeno 7000 persone, con un sovraffollamento da carnaio. Quelle immagini di una guerra dimenticata sono l'evidente dimostrazione del valore di ciascun soggetto. La sola domanda che rimane da porsi è, a questo punto, quanto ciascuno di noi è responsabile della propria schiavitù.
giovedì 19 febbraio 2009
Quando le palpebre cadono
Da quando ho deciso di lasciare la macchina a casa le cose sono estremamente più chiare. Più netta è la mia percezione della costruzione del mondo, della vita della città, delle sue contraddizioni e dei suoi drammi. Come soldatini tutte le mattine ci incamminiamo verso il luogo nel quale guadagneremo il nostro denaro, come soldatini, tutte le sere torniamo a casa a spenderlo. O a riposarci per guadagnarlo meglio.
Come tanti piccoli automi facciamo una vita pendolante, tra due punti distinti, con qualche ora di relax per ricaricare le pile e qualche weekend che ci illudiamo ci dia un po' di libertà (che, di solito, non siamo in grado di goderci).
Qualche sera fa ho visto la pubblicità di un prodotto cosmetico che si propone di eliminare l'effetto della caduta delle palpebre e lì, come sempre, mi è venuto da sorridere. Perchè le palpebre non sono le occhiaie, che sono una forma di stanchezza, esse, quando sono cadute, sono il callo vivo della nostra prostrazione morale. Sono il sintomo evidente che ci siamo abituati a tenere gli occhi bassi, gli sguardi spenti, senza entusiasmo e senza sorrisi. La palpebra è il contrario dell'occhiaia, che è un effetto ironico dell'esaurimento delle energie, tangibile e deprecabile, anche dopo una nottata di baldoria. La palpebra è la saracinesca della nostra anima, quella che apre e chiude il nostro cuore agli altri, alla vita. Una palpebra ci consente di aguzzare lo sguardo, di imprimere interesse su una cosa, di evitare di guardare le cose belle o brutte. Se cade, se è incapace di rialzarsi, vuol dire che non la utilizziamo abbastanza.
Già, ordinariamente, la sacrifichiamo alla nostra attività lavorativa, alla perdita dei nostri sogni, all'abbandono dei progetti, alla fine della freschezza dell'adolescenza; già normalmente il pendolare della nostra ricerca schiavizzata di denaro fa sì che le nostre palpebre non siano più le stesse (pensate a quelle vecchie e sagge palpebre che hanno gli anziani quando esprimono dolore o sopresa o saggezza). Adesso ci costringono anche a ricomprarcele, le nostre palpebre, acquistando un simpatico flaconcino, che forse ridarà un po' di freschezza allo sguardo, ma che di certo non ci restituirà il nostro tempo, la nostra gioia, i nostri desideri.
Come tanti piccoli automi facciamo una vita pendolante, tra due punti distinti, con qualche ora di relax per ricaricare le pile e qualche weekend che ci illudiamo ci dia un po' di libertà (che, di solito, non siamo in grado di goderci).
Qualche sera fa ho visto la pubblicità di un prodotto cosmetico che si propone di eliminare l'effetto della caduta delle palpebre e lì, come sempre, mi è venuto da sorridere. Perchè le palpebre non sono le occhiaie, che sono una forma di stanchezza, esse, quando sono cadute, sono il callo vivo della nostra prostrazione morale. Sono il sintomo evidente che ci siamo abituati a tenere gli occhi bassi, gli sguardi spenti, senza entusiasmo e senza sorrisi. La palpebra è il contrario dell'occhiaia, che è un effetto ironico dell'esaurimento delle energie, tangibile e deprecabile, anche dopo una nottata di baldoria. La palpebra è la saracinesca della nostra anima, quella che apre e chiude il nostro cuore agli altri, alla vita. Una palpebra ci consente di aguzzare lo sguardo, di imprimere interesse su una cosa, di evitare di guardare le cose belle o brutte. Se cade, se è incapace di rialzarsi, vuol dire che non la utilizziamo abbastanza.
Già, ordinariamente, la sacrifichiamo alla nostra attività lavorativa, alla perdita dei nostri sogni, all'abbandono dei progetti, alla fine della freschezza dell'adolescenza; già normalmente il pendolare della nostra ricerca schiavizzata di denaro fa sì che le nostre palpebre non siano più le stesse (pensate a quelle vecchie e sagge palpebre che hanno gli anziani quando esprimono dolore o sopresa o saggezza). Adesso ci costringono anche a ricomprarcele, le nostre palpebre, acquistando un simpatico flaconcino, che forse ridarà un po' di freschezza allo sguardo, ma che di certo non ci restituirà il nostro tempo, la nostra gioia, i nostri desideri.
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