venerdì 30 ottobre 2009

La vergogna

La polemica che incalza tutta la nazione non sarebbe nulla se non ci fosse la vergogna. Come pure, se non ci fosse il reato non ci sarebbe la necessità della resa.
In questo paese di morali variabili ciò che è proibito per qualcuno è consentito a tutti gli altri. Ma se la morale fosse meno moralista, qualcosa, qualche gusto eterodosso, potrebbe essere anche tollerato. E, soprattutto, si eviterebbe la ricattabilità di quanti fossero beccati con le mani nella mamellata.
Eppure nessuno pone mente alla legalizzazione di comportamenti fin troppo diffusi, come la prostituzione e il consumo di droga. Ci sono ragazzi menati a sangue perchè beccati con piccole dosi, persone che fanno galere lunghissime in virtù di leggi stupide. E su queste leggi si ancora la nostra moralità a doppia velocità, giacché è facile sanzionare ciò che il volgo considera impudico.
Che differenza c'è tra chi va a puttane e chi va a trans: nessuno, in termini di legge, e nessuno in termini di morale. Nel senso che si può accettare o non accettare, ma o si rifiutano entrambe le pratiche o nessuna delle due. Ciò che invece è perfettamente uguale è che, di fronte alla proibizione di legge, chi esercita queste pratiche si trova, volente o nolente, nelle mani di chi ne è a conoscenza.

Ciò che, invece, è perfettamente diverso, è che, chi si può permettere di essere l'"utilizzatore finale" si sente perfettamente tranquillo, e non perché per lui la becera morale non si applichi. Ma perché, semplicemente, può disporre di un tale dispiego di mezzi di informazione, di soloni idioti, di portavoce beceri, che qualunque fosse la debolezza commessa, si sentirebbe comunque e sempre impunibile e in grado di ribaltare la realtà. Ed è l'ennesimo esempio di conflitto di interessi.

giovedì 17 settembre 2009

Dovremmo dedurne...

Poniamo che un signore anziano e molto potente si accompagnasse ad una ragazzina minorenne o semiminorenne, poniamo anche che, in tutto questo, il padre di lei si dichiarasse a più riprese amico dell'uomo anziano. Poniamolo, ma ricordiamoci che è altamente improbabile.
Dovremmo domandarci, innanzitutto, come mai il padre di lei acconsente, senza troppi problemi, a che la figlia si intrattenga alla copula col vegliardo. Tutti, ma proprio tutti, indistintamente, ci risponderemmo con semplicità che il padre, considerando il potere che emana dalla persona anziana, sarebbe ben contento di concedere la di lei verginità, perché, in prospettiva, un riflesso di quel potere sarebbe direttamente ribaltata su di lui.

Lo dedurremmo per via diretta perché anche noi, non ostante tutto, siamo ancora intrisi della memoria antropologica del significato profondo del contratto sotteso ai meccanismi ancestrali di concessione/non concessione della femmina di una tribu ad un'altra tribu.

Detto in altri termini, nessuno di noi si stupirebbe perché si sa che, in un mondo tradizionale, il matrimonio altro non è che lo scambio del patrimonio femminile (dote, o matri-monio, opposto a patri-monio) tra una tribu ed un'altra sottoposto ad un contratto scritto per il quale il maschio si assume la proprietà della femmina, l'onere del suo mantenimento e il diritto allo sfruttamento del suo utero con finalità riproduttive.

Ovviamente qualcuno potrebbe obiettare che, nel caso di specie, non si è parlato di matrimonio, o di contratto. Ma tutti, proprio tutti, capirebbero che, in assenza di un contratto matrimoniale (che, come detto, prevede il mantenimento) la persona anziana si sarebbe impegnata con il padre contrattualizzando, formalmente o informalmente, l'uso della figlia in virtù di un'altro scambio, altrettanto vantaggioso e magari non vincolante.

Per essere spiccioli, il padre si sarebbe fatto assicurare dall'uomo anziano che, a seguito della copula (singola o ripetuta) la figlia avrebbe ricevuto qualcosa che le assicurasse un futuro tranquillo e sereno, magari ricco e senza problemi. In sostanza il padre avrebbe accettato uno scambio equipollente al matrimonio, si sarebbe, cioè, assicurato che la cessione delle grazie filiali sarebbe avvenuta a fronte di una copertura economica pari alla durata dell'esistenza stessa della figlia.

Per questo, solo per questo, il padre avrebbe accettato che la figlia fosse impalmata dal vecchio. Tanto più che l'uomo anziano è stato presupposto potente. E il potente, si sa, ha una pubblica reputazione che gli deriva dal potere stesso. Ne dedurremmo, tutti, che il padre della ragazza avrebbe avuto un altro asso nella manica, ovvero sia il potere di ricatto nel caso in cui il vegliardo si fosse tirato indietro nell'ottemperare ai suoi impegni presi.

Come si vede, nessuno di noi si sarebbe stupito dell'atteggiamento rilassato del padre (e, magari, della palese complicità della madre).

Tutti, però, ci stupiremmo, o per lo meno, ci indigneremmo se un fatto del genere accadesse oggi. Perchè tutti conosciamo in linea di massima l'evoluzione e il progresso della figura femminile nella nostra società e tutti sappiamo che oggi nessun padre può concedere la figlia. Sappiamo anche che se anche la figlia si concedesse il padre si indignerebbe (e parecchio) perché è chiaro che per una figlia si vuole un futuro pieno e dignitoso, non una vergognosa compravendita.

In sostanza accetteremmo l'atteggiamento del padre in una società rurale o semi ruruale. Ma non oggi, non nel XXI secolo.

Fortuna che si tratta solo di un'ipotesi... altrimenti ci sarebbe veramente da indignarsi.

giovedì 10 settembre 2009

Di Vittorio dove sei????

In tv trasmettono un pezzo sulla tratta degli schiavi al sud... provincia di Foggia, o di Bari...
Centinaia di ragazzi clandestini comperati a 25 euro al giorno, costretti a vivere in dormitori senza acqua né luce, senza servizi iginici, in mezzo ai cani e alle pulci, in mezzo allla campagna infinita del grano e dell'uva.
Decine di datori di lavoro senza coscienza. Signori intoccabili che assumono le persone dai caporali. Come cinquanta, centro, mille anni fa, come sempre.
Le scene di cinquant'anni fa ritraevano persone che parlavano di sindacato, di lotta dei lavoratori, di diritti, di collocamento di contratto. Le scene di oggi ritraggono imbecilli che parlano di stranieri che rubano il lavoro agli italiani.

Siamo tornati indietro. Il sindacato si è inchiuso nella sua fortezza d'avorio delle grandi fabbriche. La sinistra fa salotto a Roma e a Bologna. I lavoratori imbestialiscono davanti alla propria tv.
Siamo tornati indietro.
Oggi vorrei che Di Vittorio vi fosse ancora. Che fosse ancora vivo.

lunedì 27 luglio 2009

Ortona Centro Oli

Hanno deciso che della crescita economica ci lasceranno solo la merda...

martedì 21 luglio 2009

Quello che non sapevo

Obama loda il “grande” leader italiano per la sua integrità - ma non è Berlusconi

[The Times]
Molti italiani si rallegreranno delle parole pronunciate dal Presidente Obama che, arrivato in Italia ieri per il suo primo G8, ha elogiato il “grande leader” della nazione. Questa figura autorevole gode dell’“ammirazione del popolo italiano”, non solo per l’esperienza al servizio dello Stato, ma per “la sua integrità e la sua cortesia”.
“Voglio solo confermare che tutto quello che ho sentito su di lui è vero. È uno straordinario gentiluomo, un grande leader di questo Paese”, ha aggiunto Obama. Stava parlando del Presidente Napolitano, Capo dello Stato, non di Berlusconi.
La Casa Bianca ha tentato di smentire le voci secondo cui i complimenti , non estesi a Berlusconi, sottintendessero una velata critica al Presidente del Consiglio e ai suoi scandali. Quando è stato chiesto a un portavoce della Casa Bianca se le lodi di Obama alle qualità di Napolitano implicassero un’allusione alla mancanza delle stesse in Berlusconi, ha risposto: “Non leggerei troppo tra le righe. A volte intendiamo esattamente ciò che diciamo”.
Ma gli italiani potrebbero trarne una conclusione diversa. Altre fotografie scattate nella villa sarda di Berlusconi sono in vendita, tra cui quella di due donne che si baciano di fronte al premier. Forse il “bacio saffico” era uno “scherzo” messo in piedi dalle due donne per imbarazzare il Presidente del Consiglio, suggerisce Libero, quotidiano di destra, in un’intervista al fotografo.
Forse. Ad ogni modo, Berlusconi sperava che non venissero alla luce nuove foto all’apertura dei lavori del vertice, che non fossero annunciate altre inchieste sui festini in Sardegna e Roma e, infine, che non ci fossero più donne pronte a raccontare delle presunte notti di passione passate con il Presidente.
Nonostante le premesse, il primo giorno è andato bene. Malgrado i dolori per l’artrite al collo che lo affliggono dallo scoppio degli scandali ad aprile sulla sua vita privata, Berlusconi ha elargito sorrisi salutando i partner del G8 come se le rivelazioni che hanno spinto la moglie a chiedere il divorzio non ci fossero state. I leader hanno fatto altrettanto: Obama lo ha baciato sulle guance, Angela Merkel gli ha preso la mano e Gordon Brow lo ha abbracciato. La mattina, prima dell’inizio del vertice, Berlusconi ha accompagnato la Merkel in una visita a Onna, uno dei paesi dell’Abruzzo colpiti dal terremoto di aprile e che la Germania si è impegnata a ricostruire come risarcimento per il massacro nazista di 17 cittadini nel 1944.
Alla conclusione dei lavori del primo giorno sul futuro dell’economia mondiale e sul cambiamento climatico, Berlusconi ha accompagnato Obama e Medveded in una visita analoga alle rovine de L’Aquila, in linea con lo “spirito sobrio” del vertice. Berlusconi ha regalato ai leader del G8 un parka nero di Belstaff, che produce soprabiti per le star, con versione chic per le mogli dei leader.
“Saranno gli italiani a decidere se Berlusconi sia o meno un leader legittimo” ha affermato Franco Frattini, Ministro degli Esteri, rispondendo a quelli che definisce attacchi infondati dei media stranieri. Berlusconi continua spavaldo: “Ciò che conta è la realtà, non le calunnie” ha dichiarato, condannando aspramente le voci su una presunta espulsione dell’Italia dal G8 che sarebbe poi rimpiazzata dalla Spagna.
Ancora ci si interroga se il vertice debba essere considerato un successo. Il Corriere della Sera ha dichiarato che il Governo ha compiuto “uno sforzo immane” per trasferire all’ultimo minuto quest’evento, che originariamente doveva ternersi in Sardegna. Ma, continua il quotidiano, il comportamento di Berlusconi verso le donne e i conseguenti attacchi alla sua persona sono stati una “delegittimazione” che ha danneggiato l’immagine dell’Italia e i problemi di Berlusconi sono ben lungi dall’essere risolti.


[articolo tratto dal sito Italia dall'estero; originale a questo link]

venerdì 17 luglio 2009

Poi vennero per me... e non c'era più nessuno a difendermi

Hanno dovuto massacrare un ragazzo normale, tranquillo, ordinario, in una notte ferrarese come tante altre. Hanno dovuto sparare alla testa ad un tifoso della Lazio, che tutti chiamano orrendamente con il nome di borgata. Hanno dovuto commettere l'ennesima ingiustizia, calpestare di nuovo i diritti fondamentali delle persone. E adesso la società civile piange lacrime di coccodrillo.

Questa storia di orrori e successive ingiustizie si ripete da anni. Ma quando i protaggonisti erano i "comunisti" o gli "stranieri" la stampa, l'opinione pubblica, la società civile non battevano ciglio. Che differenza c'è tra Gabriele Sandri e Carlo Giuliani? Carlo è stato ucciso con un colpo diretto alla testa, da pochi metri: il carabiniere ha puntato, mirato e sparato. Ma Carlo era un comunista, un "rivoltoso", un "black bloc", qualcuno ha detto che era un ragazzo difficile. Carlo è stato prima ricoperto di etichette, hanno fatto in modo che questo giustificasse il colpo di Placanica, e poi è stato ucciso due volte sulla stampa. In pochi sanno com'è andato il processo, ma i 6 anni dati a Spaccarotella sono un'infinità di fronte al nulla della condanna/non-condanna di Placanica. Qualcuno dirà: ma quel ragazzo aveva un estintore in mano. Come dimenticarlo. Ma questo ne fa un condannato a morte? E poi: Sandri non era nemmeno lui un agnellino, aveva appena caricato un gruppo di tifosi assieme agli amici. Anche questo non ne faceva un condannato a morte.
La sola differenza, evidente, tra Carlo e Gabriele è una sola: Gabriele era un ragazzo pulito, di destra, di buona famiglia, "musicista", non un "comunista di merda", un "rifiuto della società".

Tutti ricorderete da che parte stava la destra quando uccisero Carlo. Era dalla parte della Polizia, dalla parte di chi massacrava a Bolzaneto e alla Diaz. Dalla parte di chi costruiva prove false per incriminare ragazzi innocenti. Dov'è la destra quando i poliziotti rinchiudono gli immigrati nei CPT? quando privano le persone della propria libertà in assenza di qualunque reato? dov'è quando per questi reati i processi non vengono neppure iniziati? o vengono rallentati? o prescritti per decorrenza? Dove?

Adesso piangiamo altri morti e ne piangeremo ancora e ancora. Ne piangeremo finché non la smetteremo di ragionare per categoria. Finchè non riabiliteremo l'articolo che recita che "la responsabilità penale è personale": in Italia non funziona così. In Italia si può massacrare il "negro", il "comunista", ma anche il "drogato", l'"emarginato", il "barbone". Si possono massacrare le categorie che non riescono a trovare avvocati liberi e coscienti tra le colonne dei giornali e tra le fila dei partiti di governo, a destra come a sinistra.
Non si possono invece massacrare "i tifosi", "i bravi ragazzi", i "militanti di destra", le persone normali, quelle no! quelle non si toccano! Se succede si alza un coro di indignazione e lamento, anche se il morto ammazzato andava allo stadio con un coltello in tasca e le catene nel porta bagagli. Anzi: in questo paese delle categorie a questi "bravi ragazzi" si offrono anche le piazze.

Abbiamo lasciato che si massacrassero gli altri, i diversi, senza batter ciglio, senza lamenti, anzi, abbiamo fatto levate di scudi a difesa delle forze di polizia, e adesso... non c'è più nessuno a difenderci.

giovedì 25 giugno 2009

Storia di Laura

Laura è una ragazza siciliana di 35 anni. È a Roma da tempo, ha studiato per diventare archivista: come tutte le persone che pasteggiano la materia ha una cultura vastissima, fatta di epigrafi, codici antichi e metodo, tanto metodo. Laura è una donna solare, dotata della classica ironia dei siciliani, un misto di distacco e intelligenza pungente, capace di scavare nei pensieri degli altri. È una persona piacevole, mai banale, sincera.
Laura ha il padre malato, in Sicilia. Il vecchio ha un brutto tumore al pancreas, di quelli che tutti i medici ti dicono che non si cura mai e che porta dritto alla tomba. Laura ha combattuto contro il fatalismo della famiglia, si è rimboccata le maniche, ha sfidato le lacrime della sorella e della madre e ha cercato un ospedale che accogliesse il padre. Pare che l’unico centro in Italia che curi, o tenti di curare, questo tipo di tumore sia a Verona. Ma da lì non risponde nessuno, nessuno prende appuntamenti, nessuno è in grado di dare risposte, soprattutto se a pagare è la sanità siciliana che di soldi ne ha pochi, impegnata com’è a finanziare le cliniche private. Allora Laura si è rivolta all’ospedale di Catania ben sapendo che ciò vuol dire, molto banalmente, parcheggiare il padre e aspettare che muoia di tumore, imbottito di medicine e incapace di ragionare.
Intanto Laura ha passato un brutto periodo in Sicilia, ha perso l’unico lavoretto che aveva, ha mollato per prendere per i capelli una famiglia incapace di reagire alla tragedia. Ha affrontato le nevrosi delle donne di casa, restando per quanto possibile impassibile; ha affrontato l’incapacità di reagire del padre, comprendendolo, e allora ha pianto con lui, ben sapendo che il suo crollo vuol dire un’accelerazione della malattia.
Solo allora Laura è tornata a Roma e si è rimessa a cercare un lavoro. Ha trovato lavoro con un rattuso che se ne va in giro con un furgoncino sgangherato, tutti i giorni della settimana, domenica compresa, a distribuire i salvadanai che si piazzano sui banconi dei bar per raccogliere offerte per i bambini malati. Due lire la pagavano e la sfruttavano, e se n’è andata. Poi ha iniziato a lavorare per un call center, in centro, vicino alla stazione, dove la pagavano due lire per stare una giornata a fare ricerche di mercato. Un giorno ha osato guardare il cellulare sul quale le era arrivato un messaggio ed è stata cacciata come si cacciano i cani, accusata di essere nullafacente, licenziata in tronco e di nuovo in strada a cercare un lavoro. Fortuna (o sfortuna) che si trattava solo di minacce. Laura lavora ancora lì, a cottimo. Quando ci sono ricerche di mercato da fare la chiamano, quando non ce n’è la lasciano a casa…
E così lei ha cercato un altro lavoro. Ha trovato una società che fa trascrizioni delle deposizioni dei tribunali. 400 euro al mese per passare le giornate e le nottate a trascrivere tracce audio in dialetto di imputati davanti alle corti dei tribunali penali. Un lavoro senza sosta, senza speranza, anche questo a cottimo, fatto di notte e di giorno nell’attesa che il call center faccia un’ennesima chiamata, un’ennesima ricerca di mercato. Un lavoro pagato male e pagato in ritardo, a tre mesi, che non consente di vivere e di pagarsi nemmeno l’affitto.
Laura ha perso anche il sorriso, adesso è disperata. Di due lavori che fa non arriva alla fine del mese. E non sono frasi fatte, di quelle che si sentono in bocca ai mille idioti di questa nazione. Laura non ha i soldi per fare la spesa. Ha 35 anni e rischia di ridursi allo stato di una barbona, senza dignità né speranza. Laura è una giovane donna che dovrà rinunciare agli sfizi della femminilità, quelli che danno un po’ di senso alla propria vita, dovrà rinunciare ad uscire a cena, a vivere una vita “piena e dignitosa”. E anche con queste rinunce Laura non ce la farà, anche quando tra tre mesi arriveranno i pochi spiccioli che la società di trascrizioni bonificherà.
Laura ha chiesto soldi in prestito. Li ha chiesti agli amici ed è il primo passo. Laura ha perso il sorriso, adesso è disperata.